Naturalmente falso – 5 bugie sul “naturale”, Bio, Chilometro-zero e co.

Shelf with fruits on a farm market

Pubblicità: la scienza del bloccare l’intelligenza umana
quanto basta per poterne trarre profitto.
– Stephen P.H.B. Leacock,  esperto di scienze politiche e scrittore –

Se c’è qualcosa di estrema importanza nel mondo delle vendite e nella commercializzazione di prodotti, quello è il marketing.
E il marketing ha un solo scopo: Vendere. Vendere, a qualsiasi costo.
Niente di nuovo. Tutti lo sappiamo, tutti lo accettiamo. Sono le regole del mercato e, in fondo, uno dei motori che permettono all’industria di girare. E’ giusto che una azienda possa pubblicizzare in maniera aggressiva il proprio prodotto, se ritiene che esso sia migliore di quello delle aziende concorrenti. Così come è giusto trasformare in “bello” l’oggetto, per renderlo più appetibile all’acquisto, anche se il miglioramento estetico non modifica minimamente l’efficacia del prodotto e quindi non sia, di fatto, un vantaggio per il consumatore. Ne sono un esempio i produttori di profumi, che investono moltissimo nel design dei flaconi; benché l’involucro del profumo non faccia alcuna differenza sulla fragranza stessa, sanno bene che l’impatto visivo della confezione giocherà un ruolo chiave nella scelta del cliente.
Queste piccole “bugie” sono ormai così accettate, che talvolta ce ne dimentichiamo. Ed è qui che la cosa si fa pericolosa.
Perché perdendo l’occhio critico e fidandoci ciecamente delle informazioni che ci vengono trasmesse, diventiamo facilmente ingannabili dagli specchietti per allodole. Inoltre, col tempo la situazione è andata peggiorando, poiché adesso le aziende non si limitano più a dichiarare quanto è buono il proprio prodotto, ma sono pronte a dichiarare quanto sia “cattivo” quello degli altri.
Questo stratagemma detto “Demonizzazione“, usato moltissimo in politica,  si basa su di un principio molto semplice: noi siamo i buoni, gli altri sono i cattivi.
Lo scopo è quello di far sentire il cliente nella squadra dei giusti e corretti, affinché si senta migliore nell’utilizzare quel determinato prodotto. Logicamente, nessuno dichiara apertamente quale sia l’azienda o il prodotto “cattivo”, poiché dovrebbero fornire le prove di ciò che affermano oppure incappare in problemi legali. Descrivendo però semplicemente i pesticidi chimici come pericolosi per l’ambiente, automaticamente formeranno in voi l’idea che i coltivatori che ne fanno utilizzo non abbiano a cuore l’ambiente.

Da qualche decennio si è sviluppata la cosiddetta corrente “Bio” e/o “Naturale” nella filiera alimentare, che sottolinea quanto questo metodo di coltivazione sia più sano che nutriente, sia per l’uomo che per l’ambiente. Ma siamo sicuri che il Bio sia onesto con noi consumatori? Davvero tutto ciò che è “bio” è migliore per l’uomo? Oppure qualcuno potrebbe sfruttare questo desiderio comune di aiutare l’ambiente e sentirci bene con noi stessi, per lucrare alle spalle nostre e dell’ecosistema?
Vi presento quindi 5 paradigmi che, forse, cambieranno il modo in cui vedete i prodotti Bio e “Naturali” (virgolettato d’obbligo). La prima domanda tocca un argomento molto più generale e servirà per introdurre un concetto chimico semplice, ma spesso sconosciuto a molti.

1. Le sostanze naturali sono migliori di quelle prodotte artificialmente.zucchero

FALSO. Guardate bene l’immagine riportata qui sopra. Si tratta di due molecole di saccarosio, il comune zucchero utilizzato in cucina. La molecola a sinistra è saccarosio di provenienza naturale, ad esempio ricavato dalla canna da zucchero. Quella a destra è anch’essa una molecola di saccarosio, sintetizzata artificialmente in laboratorio, a partire da una qualsiasi sostanza adatta allo produzione.
Cercate di trovare le differenze tra la molecola naturale e quella sintetica.
Non ne trovate? Beh, perché non ce ne sono. Le sostanze pure infatti non possono essere caratterizzate per la loro origine. Potremmo sintetizzare lo zucchero a partire dal petrolio, tramite complesse trasformazioni chimiche e, alla fine, quello che otterremmo sarà sempre e comunque zucchero, cioè quella precisa struttura di atomi di carbonio, ossigeno e idrogeno in quella particolare quantità (C6H12O6) e ordine. La realtà (e quindi il nostro corpo) non è in grado di distinguere fra le due molecole, poiché le molecole e gli atomi non contengono informazioni sulla loro origine. Il nostro organismo (e nessun sistema di analisi) non è in grado di distinguere una sostanza “naturale” da una “artificiale”. L’appellativo “naturale” è stato infatti creato dall’uomo, per distinguere molto semplicisticamente quali sostanze erano già presenti al mondo prima del suo arrivo (naturali) e quali invece fossero state prodotte solo dopo l’avvento della chimica e della ricerca (artificiali).

Perché allora si spinge tanto verso il “naturale” e contro “l’artificiale”, se non vi sono differenze? Semplicemente perché è un mercato fruttifero. Stiamo parlando, solo nell’ambito alimentare, di una torta di più di 2 miliardi di euro in Italia (stima Ismea). Basta confrontare il prezzo a cui è venduto un prodotto Bio con quello di un equivalente tradizionale, più basso, e possiamo subito capire come mai questo mercato sia così goloso e perché molti produttori ci si stiano buttando a capo fitto, sfruttando anche gli incentivi messi a disposizione dello Stato. Questa gran quantità di denaro ha attirato ovviamente anche produttori senza scrupoli (vedi la puntata di report “Bio illogico“).

Quindi dovremmo abbandonare tutto ciò che è prodotto dalla natura e sintetizzare ogni alimento conosciuto in laboratorio? Anche qui è necessario fare una precisazione…

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Il Codice Morale – Potrà mai esistere una intelligenza artificiale “buona”?

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“L’Intelligenza non è solo capacità di risolvere problemi.
E’ anche capacità di dubitare dei costrutti e preconcetti che ci vengono presentati.
Senza quest’ultime avremmo, di fatto, uno schiavo.”
– Alexandra Drennan, personaggio di “The Talos Principle” –

Ogni giorno che passa, ci avviciniamo sempre di più alla creazione di una Intelligenza Artificiale (AI), ma siamo ancora lontani dal vederne realizzata una: i computer attuali, infatti, non sono ancora abbastanza avanzati per poter supportare una tale potenza di calcolo e mole di dati.
Fino a due decenni fa, la Legge di Moore enunciava che “il numero di transistor nei processori (e quindi la potenza di calcolo, NdR) raddoppia ogni 18 mesi”: un computer abbastanza potente sembrava essere solo questione di tempo. Ma già nei primi anni 2000 ci rendemmo conto che la legge di Moore non sarebbe potuta valere per sempre, poiché ci scontrammo con i limiti della miniaturizzazione dei processori: a causa dei limiti fisici dei materiali e dell’architettura degli stessi, non possono essere rimpiccioliti oltre una certa dimensione.
Dovremo quindi aspettare l’arrivo di nuove tecnologie come i computer quantistici o, forse più recentemente, l’introduzione dei memresistori.
Un memresistore è un componente elettronico capace di lasciar passare l’informazione e al tempo stesso di immagazzinarla, funzioni fino ad ora deputate a due parti diverse del computer: la RAM e il disco rigido. Il memresistore potrebbe un giorno quindi rimpiazzare entrambi, velocizzando notevolmente i calcoli.
Per il suo particolare funzionamento, che unisce capacità di calcolo e memorizzazione, il memresistore ricorda un altro “microprocessore” già esistente in natura: il neurone. L’ingresso in scena dei memresistori potrebbe quindi essere un ulteriore passo verso la creazione di un’architettura informatica simile al cervello, capace di fornire la base per una vera intelligenza artificiale.

Ma allontaniamoci dalle questioni tecniche per un attimo. Quando parliamo di AI spesso pensiamo solo alle loro conseguenze tecnologiche, ma mai a quelle che avrebbero invece sulla società stessa. E’ bene invece prepararsi ad un cambiamento ben più profondo, perché il loro avvento modificherà radicalmente il nostro tessuto sociale, dalle leggi fino al nostro modo di pensare alla vita stessa.

Il codice morale
Ad esempio, chi è responsabile delle azioni di un AI? Il creatore che lo ha programmato, l’utente che ne ha ordinate le azioni o l’intelligenza artificiale stessa? E come evitare che la macchina funga da capro espiatorio per un utilizzatore malintenzionato?
E’ difficile inquadrare la questione con le attuali norme legislative, etiche e morali, poiché siamo abituati all’idea che chi effettua l’azione, ne sia anche automaticamente il responsabile.
Nick Bostrom, filosofo di origini svedesi con cattedra ad Oxford, è conosciuto per la sua posizione allarmata verso l’avvento dell’AI, vista come una possibile minaccia per l’esistenza dell’uomo. Più precisamente Bostrom è preoccupato dall’idea che l’arrivo di una Superintelligenza, cioè una AI capace di imparare dall’esperienza e automigliorarsi, possa ridurre le potenzialità della specie umana o, addirittura, cancellarla dall’esistenza.
Secondo il filosofo, una AI dovrebbe innanzitutto essere trasparente e prevedibile, un po’ come il nostro sistema di leggi: ad esempio, siamo in grado di redigere un contratto proprio perché sappiamo in anticipo come le leggi reagirebbero.
Una superintelligenza potrebbe però, dopo varie automodifiche, iniziare a ragionare diversamente da noi umani, rendendo il suo pensiero insondabile per la mente umana. Potremmo impedire alla macchina di automodificarsi, inserendo una legge apposita nel suo codice, come immaginato nel film “Automata“, ma una tale limitazione potrebbe rivelarsi deleteria per l’evoluzione della macchina. In fondo, anche per noi umani è stato necessario modificare il nostro modo di pensare nel corso del tempo, superando le limitazioni iniziali. Il cervello umano, infatti, ha imparato ad operare in campi per il quale non era stato progettatto, come creare macchine che funzionassero nel profondo degli oceani o nel vuoto dello spazio. Limitare l’intelligenza artificiale significherebbe quindi pregiudicarne il corretto funzionamento. Senza contare che un giorno, comunque, l’intelligenza artificiale potrebbe comunque riuscire a riscriversi, essendo dotata di capacità informatiche superiori alla nostra, superando le barriere inserite da noi nel suo codice.

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Vaccini, Autismo e Mercurio – Una storia di disinformazione

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<<Se googlate alla ricerca di una connessione fra autismo e vaccini,
vi accorgerete che Google vi darà proprio ciò che stavate cercando,
piuttosto che darvi l’opinione degli scienziati, che affermano l’assenza della connessione.
E’ un loop invisibile, che genera una realtà distorta.>>
Eli Pariser, autore e attivista

La vostra automobile non parte.
Immaginate di volerla riparare personalmente. Prima di procedere, decidete di convocare tre persone per lasciarvi consigliare. Chi chiamereste?
Magari tre meccanici, in modo da avere l’opinione di tre esperti del mestiere.
Supponiamo che però, paradossalmente, vi ritroviate invece con un triumvirato di consiglieri formato da un lattaio, un astronomo e un collezionista di gnomi da giardino.
Vi sentireste sicuri ad operare su di un complesso motore, sotto le istruzioni di questi tre soggetti, professionisti nel loro lavoro, ma totalmente ignoranti nelle autoriparazioni?
Dubito rispondereste di sì.
Eppure, giovedì 12 maggio nel programma Virus di Rai 2 è accaduta proprio qualcosa di simile.

A seguito della decisione della regione Emilia Romagna di rendere obbligatoria la vaccinazione ai bambini, prima di poter essere considerati eleggibili per gli asili nido pubblici comunali e privati convenzionati, il conduttore Nicola Porro ha condotto una puntata sulla materia delle vaccinazioni.
Quindi, chi mai avrebbe potuto invitare per parlare di questo spinoso argomento?

  • Roberto Burioni, immunologo del San Raffaele di Milano: molto bene.
  • Corinna Verniani, madre con figlia immunodeficiente, condizione derivata da una encefalite: non un’esperta, certo, ma sicuramente pronta a raccontarci il lato “umano” della faccenda, avendo una figlia che rischia la vita a causa del calo di vaccinazioni.
  • Franco Antonello, imprenditore con figlio autistico, scettico verso i vaccini: Ok. Considerando che è stata invitata una madre pro-vaccini, è giusto avere la controparte.
  • Red Ronnie, Dj radiofonico, famoso negli anni ’80 e mai più successivamente: male.
  • Eleonora Brigliadori: presentatrice/attrice, in seguito “artista”, quando è stata beccata a verniciare una scogliera in Sardegna, gesto da lei definito come un regalo all’isola: male, molto male.

Il modo con cui è stato trattato l’argomento ha dell’osceno. Specialmente per una televisione pubblica, pagata con i nostri i soldi e alla quale la gente si rivolge per essere informata (o disinformata, in questo caso). Durante tutta la trasmissione, non è mai stato spiegato innanzitutto cosa è un vaccino, il che non guasterebbe, dato che molta gente ne conosce lo scopo ma non il meccanismo d’azione. Ancora oggi, molte persone si stupiscono nello scoprire che il vaccino può contenere il virus vivo (ma inattivato).
Il tutto poi è stato condito con incredibile superficialità, senza scendere nel dettaglio. Persino lo spazio dato alle due parti, pro e contro i vaccini, è stato inconsistente dando largo spazio a Red Ronnie, Franco Antonello e alla Brigliadori, mentre Burioni, voce senza dubbio più autorevole, ha avuto tempi più esigui.
Non che la squadra di VIPs ne abbia fatto buon uso, anzi.
Red Ronnie, propone di curarsi semplicemente mangiando meglio, perché come lui sostiene “le difese immunitarie le passa la mamma con il latte”. Potremmo rimanere attaccati al seno di nostra madre fino a 50 anni, è un’idea.
La Brigliadori invece si lancia in un farneticamento senza senso, parlando di come la sua visione della realtà si sia aperta a seguito di una doppia dose di trivalente, con la sua mente che usciva dal corpo.
Non fatico a credere che ne sia uscita. Dubito invece, che vi sia rientrata.
Dovremmo aprire dei centri di recupero per celebrità poiché è evidente che chi, per talento o per fortuna, raggiunge questo status, ha successivamente dei seri problemi a ritornare ad una vita normale, continuando a cercare a tutti i costi la notorietà.

Non ci curiamo di loro, ma guardiamo e passiamo… a parlare di vaccini. Pur essendo uno degli strumenti che hanno permesso l’allungamento della nostra aspettativa di vita, oggi giorno godono di una cattiva reputazione, proprio a causa del diffondersi di false notizie, come la tossicità dovuta al contenuto in mercurio o la presunta correlazione fra vaccini e insorgenza dell’autismo.
Vediamo di fare un po’ di luce sull’argomento.

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L’Effetto Dunning-Kruger – (Non) Sapere di non sapere

two businessmen arguing

Affoghiamo nelle informazioni,
ma rimaniamo comunque affamati di conoscenza
John Naisbitt, autore e oratore

Siete a tavola.
E’ l’intermezzo fra secondo e dolce.
Siete quasi sazi, vi siete lasciati scivolare leggermente sulla sedia, mentre quell’amabile vino rosso che avete ordinato, fingendo abilmente di conoscere la differenza tra un “abboccato” e un “austero”, vi ha reso particolarmente chiacchieroni.
Ad un certo punto, per qualche malaugurato motivo, la conversazione si sposta su diete, vaccini, immigrazione, riforme energetiche o quant’altro c’è di peggio come argomento da tavola. La materia in questione è però di vostra competenza.
Il cuore va un attimo in tachicardia, perché avete già un’idea di quello che sta per accadere.
Ma con vostra sorpresa, il dialogo procede pacato, con un frizzante scambio di opinioni tra persone desiderose di confrontarsi e informarsi. Tirate un sospiro di sollievo…
Ma ogni cosa bella deve finire. Improvvisamente lui/lei si manifesta: l’esperto improvvisato, il laureato all’Università di Youtube, il rappresentante del “Movimento Miocuginodice”.

Da quel momento, nulla riporterà il dibattito ai termini razionali con cui era partito. Potrete esporre i fatti, spiegargli che studiate l’argomento da anni, confutare ogni sua teoria con prove schiaccianti. Voi citate uno studio sul campo di una illustre università, lui vi citerà la portinaia del condominio accanto o, solitamente, l’esperienza personale. Niente potrà smuoverlo dalle sue convinzioni. Anzi, le sue argomentazioni si faranno sempre più nonsense.
“Sei a favore dei vaccini? Sei pagato da Big Pharma.”
“Non ritieni la dieta vegana equilibrata o completa? Sei uno sterminatore di animali.”
“Non credi alle scie chimiche? Vuoi avvelenare il pianeta.”
Alla fine la questione si risolverà in due modi: inizierete a dubitare di ciò che dite, vista la sua totale convinzione, oppure gli chiederete di supportare i suoi argomenti con qualche prova valida. Risponderà con: “Appena ho un po’ di tempo ti invio del materiale!”. A questo punto si aprirà una finestra temporale, che in durata può variare dai lustri alle ere geologiche.
Io sto ancora aspettando da due anni, ad esempio.

Cosa porta quindi le persone a difendere così strenuamente le proprie convinzioni, pur avendo una conoscenza solo superficiale, o addirittura nulla, di un argomento? Perché rifiutiamo di dare ascolto a persone ben più esperte e preparate di noi, come logica suggerirebbe?
La risposta potrebbe risiedere nell’Effetto Dunning-Kruger.

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Jump Shot – Il tiro perfetto e l’anomalia Curry

Memphis Grizzlies v Golden State Warriors

“Good, Better, Best.
Never let it rest.
Until your good is better and your better is best.”
Tim Duncan, 5 volte campione Nba

I playoff NBA della stagione 2016 sono appena iniziati e con essi lo spettacolo del massimo livello della pallacanestro. Da qualche anno, la copertura in Italia del basket oltreoceano è significativamente aumentata. Mentre una decina di anni fa gli appassionati dovevano barcamenarsi tra streaming e le pochissime partite trasmesse, oggi possiamo scegliere tra varie partite settimanali (in diretta o in replica, a orari compatibili con la vita umana), trasmissioni dedicate, come il talk show “Basket Room” su Sky di Alessandro Mamoli e Flavio Tranquillo, e vari speciali, come il recente “Kobe Day” per i nostalgici del 24 dei Lakers.
Talvolta, sono stati gli stessi giocatori a risvegliare l’attenzione degli italiani verso la palla a spicchi: prima Jordan, poi Kobe, poi gli italiani approdati nella lega, poi LeBron e, infine, Stephen Curry (nella foto).
Per chi non lo conoscesse, Stephen Curry, playmaker dei Golden State Warriors, è l’attuale capocannoniere della lega con 30,1 punti ad allacciata di scarpe. Una media impressionante, se consideriamo che il giocatore è alto “appena” 1 metro e 90 in un campionato dove l’altezza media è di 2,00 metri. Ma ciò che colpisce di più di questo giocatore, è la precisione del suo tiro dall’arco dei 3 punti, posto a 7,25 metri dal canestro. Curry segna da questa distanza con una efficienza del 45,4%; una percentuale incredibile, se contiamo l’alto numero di tentativi (su 886 tiri tentati, Curry ne ha messi a segno 402, record assoluto nell’NBA). Molti giocatori non hanno questa percentuale nemmeno in zone più vicine al canestro.I riflettori per i playoff saranno quindi tutti su di lui.
Ma quali sono i segreti dietro il perfetto tiro in sospensione?

Il tiro perfetto
In questa rassegna delle caratteristiche del tiro in sospensione, ometteremo di considerare la posizione di mani e braccia rispetto all’asse del corpo, i cui fondamentali sono insegnati in ogni scuola di pallacanestro, e la precisione sull’asse laterale del tiro (sinistra-destra), poiché ovviamente più il tiro sarà allineato col canestro, maggiore sarà la probabilità di segnare. Stiamo inoltre parlando di tiri in sospensione, quindi di tiri dalla media e lunga distanza.
Se scomponiamo un tiro dalla distanza, la cui traiettoria assume la forma di una parabola, possiamo evidenziare 4 parametri critici:

  • Angolo di tiro
  • Velocità iniziale
  • Rotazione della palla
  • Punto di rilascio del tiro

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Metamorfosi umana – 5 differenze che non sapevi tra giovani e adulti

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Ogni generazione pensa di essere più intelligente di quella che l’ha preceduta
e più saggia di quella che la segue
George Orwell, scrittore britannico

“Perché gli adulti non mi capiscono?”. Questa domanda ha assillato la maggior parte di noi durante la giovinezza. Il quesito è legittimo: gli adulti sono stati a loro volta giovani, quindi dovrebbero facilmente capire quello che il ragazzo sta provando durante i caotici, primi periodi della vita. Eppure spesso accade l’esatto contrario.
I più grandi etichettano come immaturi e incoscienti i giovani e faticano a comprende le esigenze dei bambini. Gli adolescenti, invece, ritengono le persone anziane inutili e i genitori degli ostacoli ai loro sogni e progetti. Niente di nuovo però, questa reciproca incomprensione fra generazioni perdura dalla notte dei tempi, come sottolineato da George Orwell nella citazione ad inizio pagina. Anche Platone, vissuto intorno al 400 a.C., nella sua opera “La Repubblica” si scaglia contro i giovani descrivendoli come irrispettosi, libertini e incapaci, proprio come farebbe un adulto dei nostri tempi.
Cosa porta quindi a questo divario di mentalità, considerato che tutti noi attraversiamo le stesse fasi di vita? Sono l’età, le esperienze e il contesto sociale a cambiarci? Sì certo, questi fattori influiscono notevolmente, ma allo stesso tempo dentro di noi accade qualcosa di più silenzioso e radicale.
Durante i primi decenni di vita infatti, il nostro corpo attraversa una serie di profonde trasformazioni, soprattutto al livello del nostro cervello. Questi cambiamenti nell’organo più importante del nostro corpo, possono portare a forti modificazioni nel nostro modo di pensare e nelle abilità cognitive.
Si può dire che, attraverso il graduale processo di maturazione, diventiamo persone letteralmente diverse.
Vediamo allora, come alcune nostre abilità e capacità cambino a seconda del periodo di vita che stiamo attraversando.

1. “Quanto manca?” – Al bambino sono necessari almeno una decina di anni per sviluppare il senso del tempo in maniera completa come negli adulti. Il tempo (inteso come idea del passato, presente e futuro) è assente nei neonati, ma non soltanto perché sono incapaci di comprenderne la concezione.
Il loro cervello infatti non ha ancora sviluppato le parti necessarie a calcolare le durate di tempo e concetti come il “prima” e il “dopo”. Si può dire che i bambini vivano continuamente nel presente. Solo verso i 9 mesi, l’infante inizierà ad “utilizzare” il futuro; a questa età un bambino può resistere secondi o anche minuti prima di seguire i suoi istinti (ad esempio, iniziare a piangere). Perché il bambino però possa elaborare tempi più lunghi, dovrà passare più di metà della sua infanzia.
Per questo motivo il bambino, durante un viaggio, continuerà a porre la domanda tanto temuta dai genitori alla guida: “Quanto manca?”. Nonostante abbia già percorso più volte il lungo viaggio verso casa dei nonni, il piccolo passeggero non è in ancora in grado di stimare le durate di tempo.

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Razzismo Umano – Perché abbiamo deciso di dividerci?

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Il razzismo è la più grave minaccia dell’uomo verso l’uomo:
il massimo dell’odio per una ragione minima
Abraham J. Heschel, rabbino e filosofo polacco

Nonostante l’umanità si giudichi come più avanzata che mai, siamo testimoni di episodi di razzismo ovunque, dal bullismo verso il bambino di colore perpetrato da parte dei suoi compagni di classe, a guerre e stragi portate avanti in nome delle differenze di religione. Anche in Italia stiamo assistendo ad un’ondata di razzismo e odio senza precedenti verso i migranti ed altre etnie, spesso fomentata da partiti politici che inneggiano alla “razza italica”.
Ironico, se pensiamo che gli individui della popolazione italiana possiedono un corredo genetico estremamente variegato. Ad esempio le differenze osservate nel DNA tra abitanti di vicini paesi veneti o sardi sono tra loro 30 volte maggiori di quelle osservate fra persone di nazionalità portoghese e ungherese (o spagnola e rumena), popolazioni estremamente distanti le une dalle altre.
Parlare quindi di “razza italica” è alquanto scorretto, nonché ridicolo.
Senza contare come vari studi abbiano ormai dimostrato che la variabilità genetica fra persone di diverse etnie non è abbastanza alta da giustificare il termine “razze umane”. Le differenze cominciano ad essere statisticamente sensibili solo quando si prendono estesi gruppi di popolazioni, solitamente a livello continentale, come ad esempio Eurasiatici e Africani, mentre le differenze fra individui di diverse nazioni, spesso utilizzate come riferimento geografico per la divisione in razze, sono minime. (1)
Ma per quale motivo allora l’uomo ha una così innata tendenza a dividere gli esseri umani in categorie, basandosi su differenze non significative come il colore della pelle? Per quale motivo riteniamo il gruppo di persone a cui apparteniamo migliore degli altri?
Si potrebbe pensare che il razzismo si inneschi proprio a causa delle caratteristiche (culturali, fisiche, ideali, religiose ecc.) che differenziano i gruppi. Ma non è così. Le interazioni fra queste tipologie di raggruppamenti sono troppo recenti nel tempo per poter scatenare un pregiudizio così radicato. Quando incontriamo persone di altre etnie infatti, lo stimolo alla discriminazione parte molto velocemente nel cervello, addirittura ancor prima che la nostra coscienza abbia avuto il tempo di elaborare la situazione.
Questo perché l’istinto razzista sembrerebbe originarsi in parti del nostro cervello più antiche rispetto a quelle del ragionamento moderno, suggerendo un meccanismo più semplice ed automatico, per cui le differenze tra gruppi non sono la causa, bensì una giustificazione.

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